__Memorie tratte da una vita di un cimitero. Nascita, infanzia e adolescenza all'interno di un singolare "condominio".
perennemente in viaggio
perennemente in viaggio ...sempre in classe economica...
mercoledì 11 aprile 2012
L'aiuto becchino musicale...
lunedì 2 aprile 2012
Il Dispensatore e la Tarta-Ruga Tobia.
30° episodio de "L'Aiuto Becchino"
Il sistema di approvvigionamento alimentare della nostra famiglia non era basato solo dal pollaio o dalle spese cittadine periodiche di mia madre. Il fabbisogno quotidiano era soddisfatto soprattutto dal fantomatico “Nacherelli”.
Nacherelli era un emporio ambulante su quattro ruote. Ogni mattina il suono stridulo del clacson del vecchio furgone colore crema, adibito a negozio, ci avvisava del suo arrivo davanti al cancello del cimitero e le donne di casa si apprestavano alla spesa dei generi di prima necessità. Naccherelli serviva le case coloniche sparse nella campagna troppo distanti dai negozi paesani, così anche il nostro condominio era diventato semplicemente un'altra delle case coloniche a cui il Naccherelli portava i suoi preziosi benefici. Svolgendo un'apprezzabile servizio socio-alimentare.
L'autista-gastronomo era simpatico e affidabile inoltre permetteva a tutti di “segnare” la spesa e saldare i conti con "comodo" a fine settimana. Spesso accadeva che oltre agli articoli alimentari o prodotti per la casa, introducesse, con sapiente capacità di marketing, tra un formaggio e un affettato, le ultime novità nel campo dell'abbigliamento intimo femminile; mutande ascellari, calze totalmente coprenti di colore nero, grigio e marrone, fino alla tonalità più ambita: beige, come il suo furgone.
Naccherelli era il nostro dispensatore di conforto quotidiano dal quale, anche Enzino si riforniva di prodotti per la casa o per un frugale pasto tra una pulizia di una lapide e l'altra.
Enzino tutti i giorni appariva nel nostro giardino lasciando la bicicletta appoggiata al cancello e da quando Aurelia se ne era andata, si prendeva cura per prima proprio la lapide di Aurelia.
Aurelia aveva raggiunto suo marito Adolfo e la facciata del piccolo appartamento che li ospitava, era stata rinnovata con nuove scritte e nuova foto. Enzino omaggiava Aurelia con le sue amorevoli attenzioni; cambiava l'acqua del vasetto con i fiori, lustrava la fotografia di ceramica alitandoci sopra, puliva il portalume, spazzava il pavimento sotto la lapide. Come una brava donna delle pulizie, rassettava con professionalità e precisione il nuovo piccolo appartamento della nonna.
Enzino era diventato il cliché della vecchia “spalla” privata del suo capocomico e rimasta sola, impossibilitata ad esibirsi in pubblico con i soliti numeri di avanspettacolo che ripeteva a memoria con tempi da attore navigato e quasi snob. Ora si trovava solo e triste, senza Vittorione con cui litigare e senza la nonna con cui ridere e far ridere, Enzino si era spento.
Passati alcuni giorni, un pomeriggio Enzino, pieno di adrenalina, si riaccese di colpo. Entrò sudato e sovraeccitato in casa gridando che Aurelia gli era apparsa!
Bianca con fare materno gli rispose:
-“Enzo, sei stanco e oggi è molto caldo. Forse ti sei confuso con la fotografia di Aurelia.”
-“Sono sicuro di quello che ho visto e sentito! Perchè Aurelia mi ha anche parlato!”
Graziella incredula, allora gli chiese:
-“Dai! e cosa ti avrebbe detto?”
Enzino bevve un bicchiere d'acqua, si mise seduto sulla sedia della nonna e cominciò il racconto dell'apparizione.
-“Stavo cambiando l'acqua ai fiori alla fontanella vicino alla siepe. Quando vedo muoversi i rami della siepe e uscire Tobia la tartaruga. Mi chino verso di lei per toccarla sulla testa. Sapete che porta fortuna vero?”
Tutti lo pregammo di continuare senza divagare. Allora dopo un ulteriore bicchiere d'acqua, Enzino riprese il racconto.
-”Sfioro la testa di Tobia e improvvisamente questa si mette ritta sulle due zampine posteriori e mi dice”.
Enzino cambiò tono della voce come per imitare Aurelia.
-” Enzo sono Aurelia, devo chiederti una cosa importante”
Enzino continua agitandosi sulla sedia.
-”Devi dire a tutti che mi dispiace, non volevo morire adesso, poco prima delle nozze di Andrea. Ma devi dire anche al mio nipote sciagurato. Se riesce a non sposarsi ne sarei felice. Avere famiglia alla sua età...un bambino. La famiglia è un bene ma può essere anche un male...Se non è voluta consapevolmente. Insomma è difficile..deve..non dovrebbe...anzi dovrebbe...scappare..”
Enzino interpretando se stesso:
-”Allora io la interrompo e gli chiedo: come faccio ad essere sicuro che sei te Aurelia? Tobia mi risponde”:
Riprendendo l'imitazione di Aurelia:
-”Sei duro come sempre! Possibile che non mi riconosci”
-”Allora Tobia comincia il numero delle smorfie che faceva Aurelia insieme a me. Tira fuori la lingua. Strizza l'occhio sinistro poi quello destro e infine chiude bocca e occhi insieme. Io rimango impietrito era il nostro numero esatto dall'inizio alla fine. Ma soprattutto la riconosco dalle rughe del collo. Non mi posso sbagliare. Era il collo della Aurelia!”
Le rughe del collo della nonna, quando faceva il numero delle smorfie, producevano una sinfonia in movimento incredibile. Erano così evidenti che ricordavano dei tiranti di una tenso-struttura elastica che danzava sotto la pressione di un forte vento.
-”Insomma. dice di fare attenzione ad Andrea e che le dispiace tanto per lui e si scusa con tutti. Poi, velocissima, torna nella siepe da dove era uscita.”
Continuò Enzino.
Il silenzio intorno a lui venne rotto dall'entrata di Remo, che disse:
-”Lo sapete? Ho trovato Tobia a pancia in sù, morta! Qui vicino casa.”
sabato 24 marzo 2012
Big Jim e la vestizione dei defunti
29° episodio de "L'Aiuto Becchino"
L'estate precedente Remo mi aveva portato in casa di un defunto per assisterlo nella vestizione e preparazione dell'esposizione durante la veglia. Ero in casa al riparo dall'afa pomeridiana intento a giocare con Big Jim. Questa specie di manichino mobile e morbido alto ben 25 centimetri, la cui funzione principale era quello di cambiargli abito trasformando completamente il suo ruolo sociale da soldato semplice di fanteria a raffinato dandy a giocatore di basket, era un regalo imprevisto di mia madre. Conseguenza di un latente senso di colpa per non avermi portato al cinema con lei nell'ultima settimana.
Il guardaroba del mio Big Jim era esiguo, costituito solo dalla divisa di fante dell'esercito americano e un costume da bagno, un paio di pantalocini rossi decorati da una striscia laterale bianca. Nei miei giochi con lui sostenevo che, nella versione balneare, fosse un famoso cacciatore di safari in vacanza su un isola tropicale a godersi il meritato riposo dopo una lunga ed estenuante caccia grossa.
Remo si convinse che avessi fatto già abbastanza esperienza con Big Jim e fossi pronto ad assisterlo nella vestizione di altri tipi di manichini.
La preparazione del cadavere per l'esposizione e la veglia è stata sempre considerata un momento essenziale del distacco ed è legato alla volontà di smorzare l'impressione della morte dal viso e dal corpo del defunto, per presentarlo nella forma più accettabile possibile, quasi fosse ancora vivo.
Ma ci sono alcuni elementi di ordine biologico da prendere in considerazione quando facciamo un'operazione di questo tipo. Pochi minuti dopo la morte di un essere vivente inizia il processo di decomposizione. I cambiamenti chimici dell'emoglobina, dovuti alla mancanza di ossigeno, provocano una trasformazione cromatica dell'aspetto esteriore. La flora intestinale prolifera e si sviluppano i batteri che non necessitano di ossigeno, producendo anidride carbonica e metano. Il corpo si gonfia a causa di questi gas con conseguente fuori uscita dei liquidi corporali e male odori. Il tempo del processo di decomposizione dipende anche dalla temperatura in cui il corpo giace, quindi in estate in un ambiente non ventilato, la velocità di questo processo diventa più veloce e il rigor mortis impedisce la mobilità stessa del corpo. Di questo nessuno mi aveva avvertito, tanto meno Remo.
Arrivati nell'abitazione del defunto, Remo chiese subito ai familiari il vestito. Io deposi con cura l'abito sulla sedia accanto al letto dove era disteso un anziano signore ancora in pigiama. Al primo tentativo di mio padre di alzare il busto del signore, questo emise un rumore sinistro accompagnato da un odore per niente piacevole: spaventato feci un salto indietro urtando la sedia dove era sistemato l'abito cadendo sul pavimento insieme al vestito. Remo si accorse che forse la pratica su Big Jim non mi aveva ancora preparato in maniera sufficiente per questo tipo di vestizione. Allora mi fece uscire dalla stanza, sostituendomi con alcuni familiari del signore in pigiama. Questa fu la mia prima e unica esperienza di quel tipo. Ma alla vestizione di Nonna Aurelia partecipai anch'io. Il corpo di Aurelia era già rigido e leggermente gonfio. Per evitare rischi, fu deciso di tagliare il retro dell'abito facendolo indossare solo dalla parte esposta. Camicia, gonna e giacca furono tagliate con precisione da Bianca e le mie sorelle prepararono le migliori spille e monili della nonna, estremo atto di vanità femminile. Il rosario fu utilizzato per tenere unite le mani. Le scarpe quasi nuove, i capelli pettinati con cura, un filo di rossetto alle labbra e una piccola rosa bianca sul petto: Aurelia era pronta per farsi ammirare ancora una volta. Tutti in silenzio accanto a lei a guardare quanto era bella. Ero arrabbiato, non mi aveva salutato e l'ultima sua esibizione non fu per me. Ma pensai che forse era stanca e morire era una buona scusa per non vivere e faticare ancora.
lunedì 19 marzo 2012
“Kitsch e metereopatismo contro Gianni e Pinotto”
28° episodio de "L'Aiuto Becchino"
L'estate trascorse in totale anonimato. Spesso attraversavo la strada a controllare lo stato dei lavori della casa insieme a mia madre, portando agli operai edili acqua e fiaschi di vino. Mia madre era diventata impaziente e progettava continuamente nuovi tipi di arredo, passando dallo stile rustico al psichedelico con garbata disinvoltura, avendo cura di personalizzare tutto l'ambiente con tocchi di vera classe e attenta a far risaltare i suoi pezzi forti di design costituiti dai souvenir degli unici viaggi effettuati: Venezia e Viareggio.
Gli oggetti in questione erano una banale riproduzione di una gondola veneziana, uno scrigno intarsiato di conchiglie, un piccolo gioiello di alta fattura artigianale ed infine il pezzo forte: una gondola “segnatempo”, fatta di una materia sconosciuta, forse proveniente da altri pianeti, che a seconda della bassa o alta pressione, essa si colorava di blu o rosa. Dal momento di quel acquisto, una forma di meteopatismo indotto dal gusto vigente, aveva invaso tutta la famiglia.
Comunque il cantiere stava rispettando i tempi di lavoro previsti, Andrea aveva già deciso che dopo le nozze sarebbe andato a vivere in paese in un appartamento preso in affitto con la sua nuova famiglia lasciando così più spazio a disposizione da dividere con mille discussioni tra le mie sorelle e mia nonna.
Intanto mia nonna aveva ripreso un'attività che da tempo aveva trascurato; “dire il rosario”. Solitamente il rosario lo sgranava nei cupi pomeriggi invernali e terminata l'operazione lo riponeva nel sacco dei suoi preziosi bottoni ma ultimamente aveva abbandonato questa forma di preghiera a causa dei mille imprevisti avvenuti.
Una sera, mentre eravamo raccolti a vedere in tv un film con Gianni e Pinotto, Aurelia improvvisamente tirò fuori il rosario e senza distogliere lo sguardo dallo schermo cominciò a spostare con le dita nodose quei grani di legno che componevano il suo amato rosario e sottovoce iniziò la dolce cantilena. Perplessi ci guardammo, nessuno osò chiederle qualcosa e tantomeno ridere alle gag di Pinotto.
La mattina dopo fui svegliato da una insolita confusione fatta da pianti e singhiozzi. Era molto presto e mi meravigliai che le mie sorelle fossero già in piedi, contrariato dalla confusione mi voltai di nuovo tra le lenzuola deciso a far prevalere i miei diritti di sonno estivo, ma la confusione non accennava a diminuire, allora mia madre mi pose la mano sulla spalla e con gli occhi gonfi di lacrime mi disse:
“Alzati. Nonna Aurelia è morta!”
venerdì 16 marzo 2012
L'intervallo estivo
27° episodio de "L'aiuto Becchino"
Andrea aveva accettato a malincuore la decisione di Primo. Il figlio non cambiava niente. Fino a che non si fossero sposati, Anna avrebbe abitato con il nuovo arrivato: Rodolfo, a casa sua e Andrea a casa propria, cioè nel cimitero.
Iniziarono i preparativi delle nozze, le mie sorelle eccitate perchè l'occasione offriva a loro la possibilità di un nuovo vestito, mia madre doveva abituarsi al nuovo appellativo di nonna e il volto di Aurelia aveva riguadagnato tratti di serenità e soddisfazione. Era lei che aveva aiutato Anna a partorire. L'ultimo nato in quel giardino prima del trasloco definitivo. Il cantiere per la nuova casa aveva intrapreso il suo lavoro di edificazione, le fondamenta erano state gettate per il nostro futuro al di là della strada. Quei dieci metri che mi avrebbero separato dal cimitero, mi sembravano una distanza enorme.
La nuova abitazione prevedeva un piano terra adibito a garage per il nuovo “carro” e magazzino con funzione di show-room delle casse. Al piano superiore il nostro immenso spazio: tre camere da letto, cucina tinello abitabile, salotto, bagno con vasca ed un grande disimpegno che divideva la zona giorno dalla zona notte. Bianca aveva già predisposto il vecchio pianoforte a muro nel salotto mentre per il restante arredo restava un'incognita. Sapere che sotto di noi ci sarebbero state le casse e il carro mi rassicurava, mi faceva sentire a mio agio e meno distante dal mio giardino d'infanzia.
L'organizzazione del matrimonio richiedeva alcuni mesi, per cui la data fu fissata in autunno, lo stesso periodo in cui era previsto la fine del cantiere e la consegna delle chiavi di casa.
L'estate proseguì esclusivamente come periodo di attesa degli eventi che avrebbero cambiato la fisionomia della nostra famiglia. Intanto, Aurelia aveva ripreso nelle sue performance teatrali a favore di un solo spettatore: Rodolfo. Tutte le volte che rimaneva sola con il neonato, metteva in scena il meglio del suo repertorio fatto di smorfie buffe e piccole gag gestuali con le quali riusciva a comunicare con quel brutto e irritante esserino.
venerdì 9 marzo 2012
Tide e Sifiso: Scontro tra Titani!
26° episodio de "L'Aiuto Becchino"
La calda brezza estiva faceva lievemente danzare le punte dei cipressi del mio giardino. Nessuno visitatore in quel afoso pomeriggio di inizio estate, così mia madre decise che era l'occasione giusta per fare il bucato. I panni venivano lavati nell'acquaio posto esternamente alla casa e per me era una piccola festa perchè veniva usato il detersivo Tide!
Questo prodotto rivoluzionario per le massaie di tutta l'Italia, regalava nelle proprie confenzioni alcune sorprese per i ragazzi della famiglia. Soldatini, ciondolini, figurine, tutti di una fattura estremamente rozza e dozzinale. Tanto che veniva detto, per indicare qualcosa di brutto: “Ma che l'hai trovato nel Tide?”
Nonostante questo, per me era sempre un piccolo grande evento. Rovistare con le mani nel detersivo alla ricerca della sorpresa nascosta mi dava una sensazione di novità e di felicità. Un piccolo tesoro da conservare e aggiungere alle mie collezioni.
Nonostante questo, per me era sempre un piccolo grande evento. Rovistare con le mani nel detersivo alla ricerca della sorpresa nascosta mi dava una sensazione di novità e di felicità. Un piccolo tesoro da conservare e aggiungere alle mie collezioni.
Una volta lavati, aiutai mia madre a stendere i panni nel retro del giardino a fianco del pollaio, dove incontrammo Remo intento ad governare gli amici pennuti.
“Remo! Ma lo vedi quanto sei sudicio e poi ti devi tagliare quei capelli, sono troppo lunghi. Domani iniziano i lavori per la casa, mica ti vorrai far vedere in questo stato?”
Normalmente mia madre gestiva anche l'immagine di Remo che lo convinse a recarsi immediatamente da Lelio, il parrucchiere!
Lelio era il parrucchiere da cui tutta la famiglia abitualmente poneva il destino della propria capigliatura e Lelio era solito compiere il proprio dovere con una sigaretta che non staccava mai dalle labbra. Concentrato sul taglio, con le mani occupate dalle forbici e dal pettine; riusciva a tenere in equilibrio la torre d'avorio grigio-azzurastra costituita dalla cenere della sigaretta consumata. Arrivato al filtro, si fermava momentaneamente con le forbici e gettava la cicca accanto alle ciocche di capelli tagliati caduti sul pavimento. Tutte le volte, ero totalmente affascinato da quel suo gioco di equilibrismo che riusciva a fare con la sigaretta stretta tra le labbra in posizione quasi verticale per tutta la durata della sigaretta accesa. Un vero mago. Ovviamente Lelio non poteva parlare mentre effettuava il suo spettacolo di varietà e questo rasserenava Remo che non era costretto ad intraprendere una conversazione di convenienza. Ma quella volta Lelio chiese a Remo come andassero le cose e non sembrava una domanda di cortesia. Mio padre rispose accennando che l'indomani sarebbero cominciati i lavori per la costruzione della nuova casa e questo lo rendeva felice ma contemporaneamente lo inquietava un pò perchè non riusciva a capire cosa poteva riservagli il futuro. Lelio, accendendo l'ennesima sigaretta gli disse:
“Futuro e passato sotto un certo punto di vista sono la stessa cosa. Hai presente il mito di Sisifo? L'uomo continua per tutta la sua vita a portare un peso; è l'unico suo compito e quando arriva a destinazione dopo una salita spaventosa, il fardello che aveva trasportato cade giù e lui deve ricominciare da capo la fatica. Tragica sorte o forse comica? “
Mio padre non capiva e si limitò alla sua consueta alzata di spalle. I due si strinsero la mano e si salutarono.
Lasciato il negozio del barbiere filosofo, andammo subito a casa, dove eravamo convinti di trovare la cena pronta e tutti a tavola. Quella sera era prevista anche la presenza di Anna ed Andrea. Entrati in casa ci accolse una grande confusione e agitazione generale. Le mie sorelle nel panico correvano con dei panni in mano da un angolo all'altro della casa; le pentole sul fuoco producevano un vapore che innondavano tutto l'ambiente; mia madre seduta piangeva e tremava e cominciò a gridare: “Fai uscire il bambino, portarlo fuori subito!”
Lelio era il parrucchiere da cui tutta la famiglia abitualmente poneva il destino della propria capigliatura e Lelio era solito compiere il proprio dovere con una sigaretta che non staccava mai dalle labbra. Concentrato sul taglio, con le mani occupate dalle forbici e dal pettine; riusciva a tenere in equilibrio la torre d'avorio grigio-azzurastra costituita dalla cenere della sigaretta consumata. Arrivato al filtro, si fermava momentaneamente con le forbici e gettava la cicca accanto alle ciocche di capelli tagliati caduti sul pavimento. Tutte le volte, ero totalmente affascinato da quel suo gioco di equilibrismo che riusciva a fare con la sigaretta stretta tra le labbra in posizione quasi verticale per tutta la durata della sigaretta accesa. Un vero mago. Ovviamente Lelio non poteva parlare mentre effettuava il suo spettacolo di varietà e questo rasserenava Remo che non era costretto ad intraprendere una conversazione di convenienza. Ma quella volta Lelio chiese a Remo come andassero le cose e non sembrava una domanda di cortesia. Mio padre rispose accennando che l'indomani sarebbero cominciati i lavori per la costruzione della nuova casa e questo lo rendeva felice ma contemporaneamente lo inquietava un pò perchè non riusciva a capire cosa poteva riservagli il futuro. Lelio, accendendo l'ennesima sigaretta gli disse:
“Futuro e passato sotto un certo punto di vista sono la stessa cosa. Hai presente il mito di Sisifo? L'uomo continua per tutta la sua vita a portare un peso; è l'unico suo compito e quando arriva a destinazione dopo una salita spaventosa, il fardello che aveva trasportato cade giù e lui deve ricominciare da capo la fatica. Tragica sorte o forse comica? “
Mio padre non capiva e si limitò alla sua consueta alzata di spalle. I due si strinsero la mano e si salutarono.
Lasciato il negozio del barbiere filosofo, andammo subito a casa, dove eravamo convinti di trovare la cena pronta e tutti a tavola. Quella sera era prevista anche la presenza di Anna ed Andrea. Entrati in casa ci accolse una grande confusione e agitazione generale. Le mie sorelle nel panico correvano con dei panni in mano da un angolo all'altro della casa; le pentole sul fuoco producevano un vapore che innondavano tutto l'ambiente; mia madre seduta piangeva e tremava e cominciò a gridare: “Fai uscire il bambino, portarlo fuori subito!”
Anna stava per partorire. Non c'era tempo per chiamare Niope, la levatrice. La quale aveva aiutato tutti i miei fratelli, compreso me, a fare la nostra “entratura” in quello strano giardino. Mio padre mi spinse fuori, ma riuscì a spiare dal buco della serratura e vedere quanto basta. In quel caos totale, Aurelia aveva preso il controllo della situazione e dopo alcune urla strazianti, Aurelia venne fuori dalla camera stringendo tra le sue mani rugose, semi avvolto in un panno sporco, un piccolo e brutto esserino di un colore indefinibile.
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| L'esserino visto da Otto Dix... |
lunedì 5 marzo 2012
"Post riflessivo a posteriori."
Mai come oggi si è parlato tanto di civiltà e di cultura, quando è la vita stessa che ci sfugge. E c'è uno strano parallelismo fra questo franare generalizzato della vita, che è alla base della demoralizzazione attuale, e i problemi di una cultura che non ha mai coinciso con la vita, e che è fatta per dettare legge alla vita.
prima di riparlare di cultura, voglio rilevare che il mondo ha fame, e che non si preoccupa della cultura; solo artificialmente si tende a stornare verso la cultura dei pensieri che si rivolgono verso la fame.
La cosa più urgente non mi sembra dunque difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall'ansia di vivere meglio e di avere fame, ma strarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame.
Abbiamo bisogno di vivere, e di credere in ciò che ci fa vivere e che qualcosa ci fa vivere. Ciò che viene dal fondo misterioso di noi stessi non deve continuamente riversarsi su di noi in un travaglio volgarmente digestivo.
Voglio dire che è essenziale per noi tutti mangiare subito, è per noi ancora più essenziale non dissipare nell'unica preocuppazione di mangiare subito la forza del semplice fatto di avere fame.
Se il segno dei tempi è la confusione, vedo alla base di tale confusione una frattura fra le cose e le parole, le idee, i segni che le rappresentano.
“Il Teatro e il suo doppio” 1932 Antonin Artaud
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